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UNA RIFLESSIONE SU 1 TIMOTEO 3:16 E 2 TIMOTEO 1:12

"E senza alcun dubbio, grande è il mistero della pietà: Dio è stato manifestato in carne, è stato giustificato nello Spirito, è apparse agli angeli, è stato predicato tra i gentili, è stato creduto [ episteuthe ] nel mondo, è stato elevato in gloria" (Tim. 3:16).

Le parole del nostro testo, sono riconosciute da tutti gli studiosi della Bibbia, come un inno a Cristo. La bellezza di questo passaggio non consiste semplicemente nel mettere in risalto la forma innica, ma la puntualizzazione che in esso viene fatta nei confronti di Cristo. I punti che caratterizzano questo meraviglioso inno a Cristo, sono:

1) L’incarnazione di Cristo;

2) la giustificazione di Cristo nello spirito;

3) l’apparizione di Cristo agli angeli;

4) Cristo predicato fra i gentili;

5) Cristo creduto nel mondo;

6) Cristo elevato in gloria.

Su questo schema, c’è tanto materiale per riflettere sulla persona di Cristo e sulla Sua missione che venne a compiere sulla terra. Approfondendo la nostra riflessione sui singoli punti, si può avere un quadro generale su tutta la vasta tematica che presenta questo testo biblico.

1) L’incarnazione di Cristo

L’incarnazione di Cristo, posta sapientemente al primo punto, rappresenta il pilastro portante di tutta la teologia cristiana, intesa come esposizione sistematica di tutto quello che Cristo è nella Sua natura e tutto quello che Egli venne a compiere sulla terra, per la salvezza dell’umanità. L’incarnazione di Cristo, non è un elemento accessorio e di secondo piano in tutta la struttura teologica, ma rappresenta l’elemento primario e qualificante di tutta la teologica cristiana. Non c’è vero cristianesimo senza l’incarnazione di Cristo. A dire il vero, per meglio precisare l’argomento, l’incarnazione non è solamente il pilastro portante, l’elemento primario e qualificante di tutta la teologia cristiana, è soprattutto il punto di ‘partenza’ su cui viene costruita la teologia della salvezza.

Senza allungarci in disquisizioni linguistiche, affermiamo subito e in maniera ferma e dogmatica che senza Cristo, in modo assoluto, non c’è salvezza. Il detto della Scrittura:

"E in nessun altro vi è la salvezza, poiché non c’è alcun altro nome sotto il cielo che sia dato agli uomini, per mezzo del quale dobbiamo essere salvati" (Atti 4:12),

non può essere interpretato in senso ‘facoltativo’, o pensare che si riferisca solamente all’era apostolica e valido per quelle persone di quei tempi. È un testo che ha senso universale, cioè che abbraccia tutti i tempi ed è valido per ogni persona che vive in terra, senza nessuna eccezione. Questo significa che tutte le persone, a qualsiasi tendenza religiosa appartengono, non possono pensare e credere di essere salvati, senza Gesù Cristo. In parole più semplici diciamo che, non c’è ‘vera’ salvezza senza di Lui. Questo perché, — e il nostro testo ci tiene a precisarlo — non solo che non esiste nessun altro nome sotto il cielo, ma anche e soprattutto perché Gesù Cristo, è stato dato agli uomini, "per mezzo del quale dobbiamo essere salvati". Concepire, pertanto, la salvezza in maniera diversa, non è certamente seguire la ‘verità’, e tanto meno trovarsi sulla strada giusta che Dio ha indicato a tutta l’umanità.

L’accettazione di questo ‘mezzo’ di salvezza che Dio ha provveduto per l’uomo, è ‘facoltativa’, o è piuttosto ‘obbligatoria’? Dal momento che la salvezza non riguarda solamente il tempo che si vive sulla terra, ma abbraccia anche e soprattutto l’eternità, non ci sono risposte alternative che si possono dare alla nostra domanda. Esiste una sola risposta, ferma ed assoluta: L’obbligatorietà per tutti, di accettare Cristo, come ‘mezzo’ di salvezza.

Per essere più specifici, per esempio, un musulmano, che segue e professa la religione Islamica, non può essere salvato senza Cristo, cioè senza ‘accettare’, come verità assoluta che, Gesù Cristo, è stato dato come l’‘unico mezzo di salvezza’. Lo stesso dicasi per un Ebreo. Anche se gli Ebrei sono conosciuti come il popolo di Dio ed amati per i padri (Rom. 11:28), se non accettano Gesù Cristo, come l’unico mezzo di Salvezza, ed anche come "il liberatore che rimuove l’empietà di Giacobbe" (cfr. Rom. 11:26 e Is. 59:20) voluto e stabilito da Dio, saranno eternamente perduti. Questo tipo di puntualizzazione, specie in questi tempi in cui l’ecumenismo si fa strada in mezzo alla società contemporanea religiosa, potrebbe avere il senso, non solamente come anti-semitismo, ma anche come chiusura cristiana.

Sia ben chiaro che, il cristianesimo, inteso come raggruppamento di persone che seguono Cristo Gesù e i Suoi insegnamenti, non deve essere chiuso con nessuno; anzi deve sapere accettare tutti e accoglierli nell’amore di Cristo. Questo però non significa che deve sacrificare sull’altare della cosiddetta ‘tolleranza’, l’elemento essenziale della sua essenza, che rimane inequivocabilmente e per sempre: Gesù Cristo e quello che Egli ha fatto per la salvezza dell’intera umanità. Un cristianesimo che dovesse proclamare che senza di Gesù Cristo si può essere salvati, non importa a quale movimento religioso si appartiene, a parte che non è più un autentico e genuino cristianesimo, lo si potrebbe semplicemente definire: Un raggruppamento di persone religiose che fa tutto da sé per la propria salvezza.

Se abbiamo preso una ferma posizione su un’aspetto della verità evangelica riguardante la salvezza per mezzo di Gesù Cristo, e abbiamo toccato punti specifici che potrebbero scuotere la suscettibilità di certi cristiani, in base alla mentalità moderna, collegata principalmente all’ecumenismo, non l’abbiamo fatto per esprimere un giudizio negativo nei loro confronti, ma semplicemente per ribadire, la validità dell’insegnamento della Parola del Signore, anche per i nostri tempi.

Detto questo, ritorniamo al punto di partenza, cioè cominciamo a parlare dell’incarnazione di Gesù, esaminando da vicino il testo di (1 Tim. 3:16), per cercare di capirlo.

L’incarnazione di Gesù, mette in evidenza un fatto, cioè che è stato "Dio che si è manifestato in carne". A questa affermazione, bisogna aggiungerne un’altra fatta dall’evangelista Giovanni, che dice:

"E la parola si è fatta carne ed ha abitato fra di noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, come gloria dell’unigenito proceduto dal Padre, piena di grazie e di verità" (Giov. 1:14).

Le due affermazioni stabiliscono in maniera dogmatica che, Colui che è venuto ad abitare tra gli uomini, era la parola che, nel "principio era con Dio, ed era Dio" (Giov. 1:1,2). Non si tratta quindi di pensare a Gesù, come un semplice uomo, ma a Dio che diventa carne e si manifesta in carne. Lo stesso nome che viene attribuito a Gesù, quando lo si chiama Emmanuele = Dio con noi, dovrebbe essere più che sufficiente.

L’incarnazione pertanto stabilisce che, Dio per venire ad abitare in mezzo agli uomini, doveva diventare carne, cioè assumere la realtà della natura umana, in modo che l’uomo lo potesse vedere. Se questo non fosse successo, per l’uomo peccatore e separato da Dio, non ci sarebbe stata nessuna possibilità di poter vedere Dio. Ecco perché Gesù poteva affermare: "Chi ha visto me, ha visto il Padre... e ora lo conoscete e l’avete visto" (Giov. 14:7,9).

Dio non doveva solamente farsi vedere come un comune turista che si reca in una località, ma come Colui che aveva deciso di stabilire la sua residenza in mezzo agli uomini (sebbene per un certo tempo), e il termine ‘abitare’ che Giovanni adopera, esprime proprio questo concetto. Siccome la venuta di Dio in mezzo agli uomini aveva uno scopo ben preciso, Egli non poteva rimanere inattivo; doveva ‘manifestarsi’ per far conoscere il vero motivo per cui era venuto in terra.

Gesù, che era la reale incarnazione della deità, quando compiva le opere miracolose, in effetti, era Dio che si manifestava in carne, e ciò lo faceva attraverso Gesù, uomo.

Tutti i miracoli che vennero fatti da Gesù e tutti gli insegnamenti che Egli diede, sui quali è fondato il vero cristianesimo, avvennero durante il tempo della Sua permanenza in terra in mezzo agli uomini. Questa è in sintesi l’incarnazione, e il valore che essa ha sotto l’aspetto teologico, è di primaria importanza, dato che su di essa è imperniata tutta la teologia della salvezza.

2) La giustificazione di Cristo nello spirito

Il secondo punto di (1 Tim. 3:16) mette in evidenza il fatto che Cristo venne giustificato nello spirito. Che cosa significa questa affermazione? Il significato del concetto ‘giustificato’, in questo testo, è senza dubbio quello di ‘dar ragione a qualcuno’. Il concetto in questione, quindi, non può avere il significato di ‘essere redento’, ma sembra che voglia dire che Cristo ebbe ragione nella sfera dello spirito.

Questo soprattutto quando si pensa alla Sua risurrezione dai morti. Sì, è vero che il nostro testo non fa nessun accenno alla morte e alla risurrezione di Gesù Cristo; però, se si tiene presente, l’ordine con cui il nostro inno prosegue nel parlare della Sua apparizione agli angeli, pensare alla risurrezione di Gesù, diventa d’obbligo e trova la sua logica spiegazione.

3) l’apparizione di Cristo agli angeli

A questo punto gli esegeti si chiedono se il termine ‘angeli’ si riferisca solamente agli esseri celesti o alluda anche in generale agli esseri che stanno tra Dio e gli uomini, quindi spiriti e demoni. Anche se gli esegeti non la escludono, ai fini dell’interpretazione non fa nessuna differenza. Con l’apparizione di Gesù agli angeli, si vuole precisare che questa manifestazione avvenne nei luoghi celesti, non prima della Sua risurrezione dai morti, naturalmente.

Dal racconto evangelico si sa con certezza che, quando Maria Maddalena andò al sepolcro e si incontrò con Cristo risorto, dopo che fu da essa riconosciuto, senza dubbio, Maria lo voleva toccare. Gesù, intuendo il suo pensiero e la sua volontà, intimò un ordine perentorio, con una precisa specificazione: "Non toccarmi, perché non sono ancora salito al Padre mio..." (Giov. 20:17).

Secondo quello che Matteo ci ha tramandato, dopo che Maria Maddalena e l’altra Maria si recarono al sepolcro, all’alba del primo giorno della settimana, dopo che ricevettero l’annunzio dell’angelo del Signore che Gesù era risuscitato dai morti, e l’ordine di portare il messaggio della risurrezione ai suoi discepoli, mentre questi ‘andavano’, Gesù stesso si incontrò con loro, ed esse, "accostatesi, gli strinsero i piedi e lo adorarono" (Matt. 28:5-7,9). Mentre secondo Luca e Giovanni, in serata dello stesso giorno, Gesù presentandosi ai Suoi discepoli mentre si trovavano a porte chiuse, li invitò a ‘toccarlo’, in modo che si rendessero conto che non stavano vedendo uno ‘spirito’, privo di ‘carne e ossa’ (Luca 24:39).

Questi particolari che gli evangelisti ci forniscono, mirano a farci presente due cose: Prima che Gesù salisse al Padre Suo, dopo la Sua risurrezione dai morti, non poteva essere toccato da nessuno, mentre dopo fu possibile farlo. Il fatto poi che si parli chiaramente della salita di Gesù al Padre, — un chiaro riferimento al cielo, dove è circondato di esseri angelici —, ci aiuta meglio a capire la frase del nostro testo: "apparso agli angeli".

Non bisogna pensare che Gesù sia ‘salito al Padre Suo", in una forma privata, immaginandolo solo con Padre. La salita di Gesù al cielo, prima della Sua ‘elevazione in gloria’, a parte della brevità della sua durata, avvenne in forma solenne e pubblica, cioè alla presenza di tutti gli esseri angelici che si trovano perennemente intorno al trono di Dio. Non fu quindi solamente il Padre a vedere Gesù dopo che era risorto dai morti, ma lo videro anche gli angeli in questa Sua breve sosta in cielo.

Tutto quello che abbiamo detto, serve essenzialmente per provare, con una certa coerenza logica che, anche se il testo di (1 Tim. 3:16) non parli della morte e della risurrezione di Gesù, come fanno rilevare gli esegeti, tuttavia, le affermazioni che in esso vengono fatte, sono tutte a favore del grande evento della risurrezione, che ha dato una decisa svolta alla storia della salvezza.

4) Cristo predicato fra i gentili

La quarta preposizione: Predicato ai gentili, ci conduce al grande mandato che Gesù Cristo diede ai Suoi discepoli dopo la Sua risurrezione dai morti, prima di ascendere definitivamente al cielo. "Andate dunque, e fate discepoli di tutti i popoli..." (Matt. 28:19); "Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo a ogni creatura..." (Mar. 16:15).

È in virtù di questo mandato specifico che la predicazione di Cristo raggiunge i gentili, cioè tutti quelli che sono al di fuori del popolo Ebraico. Anche se Cristo Gesù nacque, crebbe ed operò, durante la Sua permanenza sulla terra, in mezzo agli Ebrei, la predicazione di Lui e del Suo evangelo, non doveva rimanere circoscritta alla sola nazione Ebraica; doveva raggiungere tutte le nazioni, senza farne nessuna distinzione, dato che la Sua missione sulla terra, compresa la Sua morte e la Sua risurrezione, erano destinati a beneficare tutta l’umanità.

5) Cristo creduto nel mondo

La quinta preposizione mira a mettere in risalto il risultato della grande missione affidata da Cristo alla Sua Chiesa. Anche se non ‘tutti’ crederanno all’evangelo che sarà predicato a tutte le genti, tuttavia, non si può ignorare quelli che ci crederanno. Siccome il vangelo di Gesù Cristo è destinato a tutto il mondo, inteso come umanità, l’affermazione del nostro testo, mira a metterlo in evidenza.

6) Cristo elevato in gloria

La sesta e l’ultima proposizione dell’inno a Cristo, non poteva concludersi in maniera diversa. Se la prima proposizione del nostro testo, inizia con la proclamazione dell’incarnazione della deità, la sesta chiude tutto il ciclo della grande missione di Gesù Cristo in sulla terra. Con la Sua elevazione in gloria, non si allude solamente all’ascensione di Gesù al cielo, dopo quaranta giorni dopo la Sua risurrezione dai morti, ma si vuole anche parlare, della sua ‘incoronazione’, ed esaltazione, al disopra di ogni nome, affinché, "ogni ginocchio si pieghi davanti a Gesù e che ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore" (Fil. 2:9-11).

In questa seconda epistola, il termine credere, si trova una sola volta: Eccolo:

"Per questo motivo io soffro anche queste cose, ma non me ne vergogno, perché so in chi ho creduto, [ pepisteuka ] e sono persuaso che egli è capace di custodire il mio deposito fino a quel giorno" ( 1:12).

Tenendo presente il fatto che Paolo è stato costituito da Dio, "araldo, apostolo e dottore dei gentili" (v. 11), la sofferenza di cui fa cenno nel (v. 12), è senza dubbio legata a questo divino incarico. Siccome questo tipo di ‘soffrire’ riguarda essenzialmente l’attività ministeriale, l’Apostolo da questo stato di cose, trae il suo motivo di vanto, perché sa che il suo soffrire per Gesù e per la predicazione dell’evangelo, anche se in questa terra non sarà sempre ricompensato, lo sarà certamente nel regno della gloria. Perciò, in vista della sua imminente morte, che vuole essere un passaggio dalla terra all’eternità, trova il modo di manifestare i suoi profondi convincimenti e fermezza di non ‘vergognarsi’ per quello che sta soffrendo, sostenuto dal fatto di sapere in chi ha creduto. Insomma, siccome Paolo ha creduto in una persona, che è Cristo Gesù, la fede in Lui, non solo gli fa vedere le cose in maniera diversa, ma è anche sorretto dalla consapevolezza, che Colui in cui egli ha creduto, ‘è capace di custodirgli il deposito fino a quel giorno’.

Davanti a questa sua persuasione, basata principalmente sulla fedeltà del Signore, l’Apostolo può continuare il suo cammino e guardare con assoluta certezza a quello che il suo Signore farà per lui.

Infine, si discute intorno al ‘deposito’ da custodire (gr. paratheken), per sapere se ha lo stesso significato di (1 Tim. 6:20) e 2 Tim. 1:14). Nei due testi menzionati, l’esortazione a ‘custodire’ il paratheke, è rivolta a Timoteo, mentre nel nostro testo, l’Apostolo affida il suo ‘deposito’ a Cristo, il quale ‘è capace di custodirlo’. Dal punto di vista lessicale, il termine paratheke, significa: bene affidato, deposito.

Per quanto riguarda i primi due testi, non c’è dubbio che il ‘deposito’ che Timoteo deve custodire, è il puro evangelo fissato nel credo: la ‘sana dottrina’(2 Tim. 4:3; Tito 2:1); la ‘dottrina che è secondo pietà’ (1 Tim. 6:3); la ‘fede non finta’ (2 Tim. 1:5), la ‘parola della verità’ (2 Tim. 2:15), così come vengono chiaramente specificate nelle pastorali, che gli eretici contestavano energicamente. In riferimento a (2 Tim. 1:14) bisogna aggiungere che il ‘deposito’ si potrà bene custodire, non solamente coll’impegno e la determinazione, ma anche e soprattutto "mediante lo Spirito Santo che abita in noi".

Per quanto riguarda il nostro testo, invece, che parla chiaramente di Paolo e del suo deposito, i commentatori non sono unanimi nell’interpretare la frase [ paratheken mou ]. Qualcuno, giustamente dice: "Per prima cosa bisogna stabilire se qui paratheken mou significhi "il deposito che io ho affidato" oppure "il deposito che mi è stato affidato". La menzione del giorno escatologico (v. 12) e la prospettiva della generazione successiva (2:2) favoriscono chiaramente la seconda interpretazione: "so in chi ho creduto e sono persuaso che è capace di custodire fino a quel giorno il deposito che mi è stato affidato".

D. Barbera

Dal libro: La fede nell’insegnamento della Bibbia, (prossimamente disponibile)


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